17) Locke. Ancora sull'innatismo.
Alla fine del suo Saggio sull'intelletto umano, Locke torna a
parlare dell'innatismo. A coloro che affermano che non tutte le
nostre nozioni derivano dall'esperienza, il filosofo risponde che
ci  vero nel senso che oltre all'esperienza sensibile vi  da
considerare anche l'attivit della ragione.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Appendice, paragrafo 43
(pagine 181-182).

43. - Le obiezioni, da me sinora incontrate in opposizione a
quanto in precedenza ho detto, sono soltanto due.
La prima obiezione  questa: non ogni nostra nozione e conoscenza
deriva dalle idee apprese mediante i sensi esterni, o dalla
sensazione che abbiamo delle operazioni del nostro spirito; al
contrario, noi abbiamo certe idee o principi innati, della cui
verit siamo certi, sebbene essi non possano mai essere oggetto di
osservazione sensibile: onde noi non potremmo mai apprendere la
loro verit dai nostri sensi, n sulla testimonianza di essi
fondare il nostro assenso. Per es., noi sappiamo che tutti i
numeri hanno la propriet di essere pari o dispari; ma non dai
sensi possiamo derivare la certezza che questa propriet
appartenga a tutti i numeri, perch n i sensi n il pensiero sono
stati in rapporto con tutti i numeri.
Al che rispondo ch'io non ho mai detto che la verit di tutte le
proposizioni debba esserci fornita dai nostri sensi, poich ci
equivarrebbe a non lasciare alcun posto alla ragione, la quale
invece, a mio avviso, pu - sulla traccia delle idee ricevute dal
senso o dalla sensazione - pervenire alla conoscenza di molte
proposizioni, che i nostri sensi non potrebbero mai scoprire. Il
principio da me stabilito era invece questo, che noi non abbiamo
nello spirito alcuna idea semplice, che non risulti dalla
sensazione delle operazioni (che non sono oggetti della nostra
facolt di pensare), o non provenga dall'esterno mediante i nostri
sensi; e neanche abbiamo alcuna idea complessa, che non derivi da
quelle idee semplici per il potere, che lo spirito ha, di
costruire, allargare, comporre, astrarre, eccetera, ma non di
formare idee nuove. E perci la surricordata proposizione (ossia,
tutti i numeri sono pari o dispari) non scuote affatto i
fondamenti da me posti, giacch, a esaminarla, si trover che
tutte le sue idee semplici (che sono solo tre: numero, pari e
dispari) rientrano nei limiti del senso e della sensazione. Come
noi acquistiamo la nozione di numero, io ho gi cercato di
mostrarlo pi sopra; e quanto alle nozioni di pari e dispari,
esse hanno lo stesso fondamento sensibile, pari essendo il
numero che si pu dividere in due parti uguali, e dispari quello
che, una volta diviso nelle parti pi uguali possibili, lascer
sempre il residuo di un'unit da una parte o dall'altra. Il fatto
che una tale nozione o idea di dispari uno scolaro pu
apprenderla dividendo i suoi noccioli di ciliegia dimostra che la
si pu ben derivare dai nostri sensi. A questo si aggiunga qui ci
che ho detto pi sopra, che cio noi non abbiamo conoscenza certa
di nessuna proposizione universale, tranne di quelle che seguono
necessariamente dalle stesse idee semplici ottenute in uno dei due
modi gi ricordati (ossia  mediante il senso o la sensazione).
Ora, proprio per questa via noi veniamo a conoscere la verit
della proposizione in questione (che, cio, tutti i numeri sono
pari o dispari). Infatti nel campo dei numeri, poich la nostra
nozione di unit  tutt'una con quella di indivisibile,
mettendo insieme un'unit con un'altra noi ne otteniamo due, che
sono due indivisibili; cosicch due indivisibili, una volta messi
insieme, possono pure esser divisi in due indivisibili, ossia in
due parti uguali, con la conseguenza che l'intero  un numero
pari. Ma se a queste due aggiungiamo un'altra unit, ottenendone
cos tre, queste tre unit non possono esser divise in parti
uguali, perch, una volta messe da parte una prima ed una seconda
unit, che sono uguali, la terza unit non pu essere divisa, dato
che la nostra idea di unit equivale a quella d'indivisibile:
ragion per cui, se l'aggiungiamo ad una delle due unit separate,
essa determina un'eccedenza e disuguaglianza, da cui deduciamo che
il numero tre concorda con la nozione che noi abbiamo del dispari,
ossia di un numero non divisibile in due parti uguali. Ora, anche
la nostra nozione di qualunque altro numero consiste unicamente
nell'addizione di varie unit e presenta la stessa progressione,
che si usa nell'aggiungere uno ad uno per fare due e ancora uno
per fare tre: e con l'addizione o sottrazione di un'unit
indivisibile il numero fissato  reso ancora divisibile in parti
uguali o disuguali, s da essere pari o dispari, dato che
l'eccedenza nei numeri dispari non potrebbe mai essere che
eccedenza di un'unit indivisibile: la quale, se sottratta, lascia
l'intero divisibile in due parti uguali; e se accresciuta di
un'altra unit, rende pure l'intero altrettanto divisibile in due
parti uguali quanto lo  il due in due unit o indivisibili. Onde
mi sembra evidente che la verit di questa proposizione generale
(che, cio, tutti i numeri sono pari o dispari) viene ad esserci
nota non per effetto di una nozione innata che sia nata con noi,
ma mediante la pura considerazione della natura delle idee di
unit e di numero, da noi ricevute con l'osservazione. E poich
noi non abbiamo il potere di modificare tali idee, non possiamo
affatto pensarle altrimenti che in quel modo in cui vengono
prodotte in noi attraverso i nostri sensi o la sensazione; e
pertanto la verit di quella proposizione consegue ed , mediante
la nostra facolt di ragionare, chiaramente deducibile dalla
stessa nozione o idea, che noi abbiamo dell'unit e del numero, e
dalla certezza che le cose o i numeri esistenti debbono
necessariamente concordare con le idee che sono nel nostro
spirito.
Poich io domando a chiunque in qual modo egli ottenga, o
fornirebbe a me, la certezza che tutti i numeri sono pari o
dispari. Se costui risponde che la nozione stessa, che lui ed io
abbiamo del numero, ne d la prova, io son ben d'accordo, perch
allora egli concede che le nozioni di numero, tratte dal senso o
dalla sensazione - quelle nozioni di numero ch'io ho ottenuto
appunto in questo modo, e che mi bastano a quello scopo non meno
delle sue, ch'egli ha ottenuto in qualche altro modo (e in quale
altro modo le abbia ottenute io sarei ben felice di conoscere) -
sono sufficienti per mostrare la verit di quella proposizione: s
che reca un esempio a conferma del fondamento della conoscenza da
me posto, ch' il senso o la sensazione. Se invece egli sostiene
di poter provare la verit di quella proposizione mediante nozioni
non derivate dal senso o dalla sensazione, attendo che lo faccia.
J. Locke, Saggio sull'intelligenza umana, Bari, Laterza, 1951,
volume secondo, pagine 535-538.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
18) Locke. Sull'idea di infinito.
A coloro che gli obiettano che l'idea d'infinito non deriva
dall'esperienza sensibile, Locke ribatte  che come idea positiva
l'infinito rientra sub ratione quanti, come idea negativa esso 
definibile come id ad cuius finem pervenire non possumus.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Appendice, paragrafo 44
(pagine 181-182).

La seconda obiezione vien da coloro che sostengono di possedere
un'idea positiva dell'infinito, che non pu ottenersi dai nostri
sensi: onde noi avremmo idee non derivate affatto dai nostri
sensi.
Per rispondere a questa obiezione  necessario considerare a che
cosa propriamente e immediatamente appartengono le nozioni di
finito e d'infinito. Si converr, credo, da tutti che ci sia
unicamente la quantit: poich, comunque noi consideriamo - finiti
o infiniti - lo spazio, la durata, il potere, eccetera, noi li
riferiamo sempre alla nozione di estensione o di gradi, s ch'essi
rientrano nel concetto di estensione o di numero: e perci finito
o infinito hanno a che fare, nel significato proprio della parola,
solo con la quantit, continua o discreta che sia, come si dice
del numero e dell'estensione. Questo concedono e suppongono, nel
loro modo di argomentare, anche coloro che sostengono l'idea
positiva dell'infinito. Infatti, se non m'inganno, essi cos
dimostrano la loro idea positiva dell'infinito: finito  ci che
ha un fine; la fine  negazione di ulteriore prolungamento o
estensione; l'infinito  la negazione di quella negazione: ergo,
l'idea dell'infinito  positiva. Io mi limito ora a notare che in
questo modo essi stessi giudicano che l'infinito non ha niente che
fare se non con l'estensione, sia che sotto di essa comprendano la
durata o il potere o qualunque altra cosa, che sia sub ratione
quanti.
In secondo luogo, pertanto, bisogna considerare se la fine di una
cosa sia alcunch di positivo o negativo, a cominciare dal corpo,
ch' la cosa pi propriamente capace di estensione. Qui, la
nozione che io ho della fine, supponiamo, di un globo (che abbia
il diametro di un piede o sia grande quanto il mondo,  lo
stesso),  l' extremitas ipsius corporis, ossia, mi pare, la
superficie del globo: poich, se voi oltrepassate la superficie,
non siete pi alla fine del corpo, ma di l da esso. E se la
superficie di un corpo non sia qualcosa di positivo piuttosto che
una mera negazione, io lascio giudicare ai matematici e agli
altri.
Ci che, a parer mio, pu aver dato occasione d'inganno a costoro,
 l'accezione volgare della parola fine quand' applicata alla
durata, dov'essa  comunemente intesa come cessazione di
esistenza: sebbene, a rigore, la fine della durata sia pi
propriamente l'ultimo momento dell'esistenza, e non qualcosa dopo
di esso, s che non  la negazione dell'esistenza. Ma se costoro
vorranno considerare la fine (finis) come la negazione
dell'esistenza, essi non potranno certamente negare che il
cominciare  la prima presentazione dell'essere o dell'esistenza,
che nessuno ritiene gi una mera negazione, ma anzi qualcosa di
positivo: s che, secondo il loro stesso modo di ragionare, la
rimozione di questa positivit non  che una mera negazione, onde
la loro idea di un'eternit a parte ante, ossia di un essere senza
principio,  soltanto un'idea negativa. Quanto all'eternit a
parte post, nessuno dice che essa sia infinita actu, ma solo
potentia: quando, per es., noi applichiamo l'idea di infinito
all'anima nostra, non pensiamo ch'essa sia attualmente infinita,
ma che non debba aver mai fine, ossia che debba sempre continuare
ad esistere od avere un'addizione di durata, ma non mai che abbia
un'infinit: s che la sua  semplicemente l'infinit dei numeri,
che non  mai attuale, ma  sempre suscettibile di addizione. E
quando, poi, parliamo di un potere, di un conoscere, eccetera,
infinito, noi intendiamo unicamente - come avr forse occasione di
mostrare pi avanti - un potere o un conoscere che non pu essere
limitato o resistito da nessuna cosa che esista o possa esistere:
onde questa non  una nozione di una positiva infinit attuale, ma
solo di un'infinit potenziale, come quella dei numeri, i cui
limiti non possiamo attingere neppure col pensiero. L'infinito,
dunque,  per noi ci ad cuius finem pervenire non possumus.
J. Locke, Saggio sull'intelligenza umana, Bari, Laterza, 1951,
volume secondo, pagine 538-540.
